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Antonio Pesce nasce nel 1952  a Molare nel Monferrato, frequenta la scuola d’arte di Acqui Terme e l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano sotto la guida di Aldo Carpi. Inizia l’attività pittorica prediligendo l’acquarello, il disegno e il pastello, con una forte componente di temi sacri;  molte le mostre da Spoleto a Milano di notevole rilevanza.
Nel 1980 inizia l’interesse per le tecniche calcografiche; anni d’immersione nella ricerca tecnica, dall’acquaforte alla puntasecca, al bulino, poi nel 1985 inizia ad essere invitato in varie rassegne d’incisione. Rappresenta ciò che il passare del tempo lascia sulle cose; cascinali nella loro ultima agonia, rovi che entrano dalle finestre e dalle porte, camini ormai spenti, stanze vuote di vita materiale ma piene di echi lontani. Nel 1990 da un affinità di pensieri con lo scrittore Marcello Venturi, nasce un progetto che si concretizza in un libro d’arte “Segni del tempo”. L’opera tirata in 75 esemplari è composta da tre incisioni all’acquaforte e da tre scritti. Negli stessi anni l’amicizia con lo scrittore Mario Rigoni Stern contribuisce a rafforzare lo spirito e l’anima dell’incisore. Nuovi valori umani e nuove sensazioni vengono proiettati nell’opera incisa “ciò che vale e ciò che non vale” e riappare quella sacralità che si era affievolita.
Paesaggi, uccelli neri, stanze piene di ricordi, tempi dell’infanzia unico rifugio da un mondo svuotato di veri valori, fatuo, vano; e allora quasi il voler far ritornare ciò che non è più. Poi ancora il dolore di oggi, il dolore di vivere, la vita, la morte e l’anima, e inevitabilmente il sacro.
Nel 2003 ancora determinante è stata l’amicizia con Giorgio Trentin presidente dell’associazione incisori Veneti; uomo che ha difeso l’incisione nel suo rigore tecnico e nel suo valore culturale. Profondo amore per l’arte incisoria, impegno sociale e morale mirabile; preciso nelle scelte politico-culturali; volto ad usare la funzione dell’opera incisa come arma d’attacco e di difesa contro un mondo fatto d’insaziabile avidità e di sempre maggior guadagno e quindi di cancellazione e di annullamento di un patrimonio storico culturale. 
Nel 2008 prende vita un secondo libro d’arte con la poetessa Roberta Dapunt “l’ultima dimora - a mia madre”; dedicato alla madre morta dell’incisore. Il libro è stato tirato in 14 esemplari ed è composto da due scritture e quattro incisioni all’acquaforte. Alcuni titoli delle opere di Antonio Pesce sono tratti da versi di Roberta Dapunt.
A partire dal 2008, parallelamente all'attività incisoria, prende vita una ricerca sul tema del sacro che si concretizza nella realizzazione di installazioni, quadri simili a pale d'altare in cui primeggia il colore bianco, il colore della luce, della purezza, del candore, dell'anima, in varie tonalità o chiazzate d'oro, dove rimemora i muri di antiche chiese, dove la preghiera è sempre un canto che vola verso l'alto.
Antonio Pesce è capace di mediare il rapporto con il mondo e con le cose invisibili, con la gioia e la sofferenza che accompagna l'uomo trovando quell'armonia di cui l'arte è la più alta espressione.

Hanno scritto sulla sua opera: Paolo Bellini, Walter Pazzaia, Mario Rigoni Stern, Gianfranco
Schialvino, Pier Luigi Senna, Giorgio Trentin, Marcello Venturi.
È presente nei volumi del “Repertorio degli incisori italiani” di Bagnacavallo (RA).
Sue opere si trovano presso:  “Il Gabinetto delle Stampe Antiche e Moderne” di Bagnacavallo (RA); La Pinacoteca “Alberto Martini” di Oderzo (VE); La Civica Raccolta delle stampe “Achille Bertarelli”, Castello Sforzesco di Milano; “Gabinetto delle stampe Antiche, moderne e contemporanee”, Museo Civico e Pinacoteca di Alessandria;

 
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