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Paola Lucrezi è nata a Napoli nel 1991. Dopo il triennio in Arti Visive e Pittura, si specializza in Grafica d’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nello stesso anno, grazie a una borsa di studio, frequenta il corso annuale di specializzazione presso la Fondazione Il Bisonte – Scuola Internazionale per lo Studio dell’Arte Grafica, a Firenze. Dal 2016 partecipa a diverse mostre collettive sul territorio nazionale e internazionale. Nel 2020 ha avuto l’opportunità di partecipare a una Residenza d’Artista finalizzata all’apprendimento delle tecniche dell’incisione less toxic, presso la Scuola Internazionale di Grafica di Venezia.
Attualmente vive a Firenze, dove lavora come insegnante. Oltre all’incisione, ama il disegno e l’animazione analogica (alla vecchia maniera: scanner, collage e carta da lucido).
Negli anni la sua ricerca si è legata con sempre maggior consapevolezza al racconto, nel tentativo di capirne e prenderne in prestito i misteri e i meccanismi.
“Quello che non viene detto ha la stessa importanza di quello che viene detto”: è una delle interessanti osservazioni che emergono da una famosa conversazione tra John Berger e Susan Sontag, nel programma televisivo inglese Voices del 1983, in un episodio dal titolo To tell a story.
L’intento dell’artista è quindi collezionare un archivio di “scene madri”, bruscamente recise dal contesto che le ha prodotte e che le accoglie; isolandole, quindi, e cercando in tal modo di far sì che esse sprigionino tutta la loro potenza narrativa proprio attraverso l’ostentazione di un lapsus. Il cuore di un’immagine (o di una storia) risiede in quello spazio lasciato vuoto dalla dimenticanza, dal lapsus che si realizza attraverso l’omissione o la sostituzione di un messaggio. Stando in agguato al di là di una scorciatoia, l’opera indietreggia, lasciando spazio - in caso di successo - ad un’opportunità d’incontro.